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Elettronica di Potenza

Componenti magnetici e progetto termico

Induttore con traferro e induttanza dimostrata, verifica della saturazione, perdite di Steinmetz, effetto pelle e filo di Litz, circuito termico e scelta del dissipatore con esempio, Arrhenius e cicli termici.

In un convertitore i componenti più grandi, più pesanti e spesso più costosi sono gli induttori e i trasformatori, e il limite alla potenza di qualsiasi dispositivo è il calore che riesce a smaltire. Il progetto dei componenti magnetici e quello termico decidono quindi dimensioni, rendimento e durata. In questa lezione vediamo l’induttore con traferro con la dimostrazione della sua induttanza, la verifica della saturazione, le perdite nel nucleo e negli avvolgimenti, il circuito termico equivalente con un esempio di scelta del dissipatore, e il legame tra temperatura e affidabilità.

L’induttore con traferro

Un induttore di potenza è un avvolgimento di N spire su un nucleo di ferrite o di polveri metalliche, con un piccolo traferro, uno spazio d’aria di lunghezza \ell_g nel circuito magnetico.

Teorema. Se la permeabilità del nucleo è molto maggiore di quella dell’aria, l’induttanza è

    \[ L \approx \frac{\mu_0 N^2 A}{\ell_g} \]

dove A è la sezione del nucleo: dipende dal traferro, non dal materiale.

Dimostrazione. Per la legge di Ampère lungo il circuito magnetico, N\,i = H_c\ell_c + H_g\ell_g, con H_c e \ell_c il campo e la lunghezza nel nucleo, H_g e \ell_g nel traferro. Il flusso \Phi = BA è lo stesso nel nucleo e nel traferro, quindi H_c = B/(\mu_r\mu_0) e H_g = B/\mu_0. Se \mu_r è grande, H_c\ell_c \ll H_g\ell_g e N\,i \approx B\ell_g/\mu_0, cioè B \approx \mu_0 N i/\ell_g. Il flusso concatenato è \lambda = N\,B\,A = \mu_0N^2A\,i/\ell_g, e l’induttanza è L = \lambda/i. ∎

Il traferro sembra uno spreco, ma è essenziale: rende l’induttanza stabile (non dipende dalla permeabilità del materiale, che varia con la temperatura e da pezzo a pezzo), e quasi tutta l’energia \frac{1}{2}Li^2 è immagazzinata proprio nel volume d’aria del traferro, dove il campo H è grande. Un nucleo senza traferro si saturerebbe con correnti minuscole.

La saturazione

Ogni materiale magnetico ha un’induzione di saturazione B_{sat}, circa 0,3-0,4 T per le ferriti e 1-1,5 T per le polveri di ferro: oltre, la permeabilità crolla, l’induttanza sparisce e la corrente esplode. Il progetto deve verificare che alla corrente di picco l’induzione resti sotto il limite. Dalla dimostrazione precedente, \lambda = Li = NBA, quindi

    \[ B_{pk} = \frac{L\,I_{pk}}{N\,A} \]

Per una data induttanza e corrente, il prodotto NA deve essere abbastanza grande: è il motivo per cui un induttore che deve reggere più corrente è più grosso. Nei convertitori la corrente di picco comprende l’ondulazione e i transitori: un buck che va in cortocircuito porta l’induttore in saturazione se la protezione non è abbastanza rapida.

Le perdite

  • Nel nucleo: l’isteresi e le correnti parassite dissipano energia a ogni ciclo. Si stimano con la legge empirica di Steinmetz, P_v = k\,f^\alpha B^\beta per unità di volume, con \alpha tra 1 e 2 e \beta tra 2 e 3, dai dati del costruttore. Contano l’ampiezza dell’ondulazione del campo, non il suo valor medio.
  • Negli avvolgimenti: oltre alla resistenza in continua, alle alte frequenze la corrente si concentra sulla superficie del conduttore per l’effetto pelle (lezione sulle onde di Campi elettromagnetici): a 100 kHz lo spessore di penetrazione nel rame è circa 0,2 mm, e un filo grosso è quasi inutile. Si usano il filo di Litz, fatto di molti fili sottili isolati e intrecciati, o avvolgimenti a nastro e stampati. Tra strati vicini c’è anche l’effetto di prossimità, che può moltiplicare le perdite.

Il circuito termico

Il calore prodotto in un semiconduttore deve attraversare il contenitore, l’interfaccia (pasta o pad termico) e il dissipatore prima di arrivare all’aria. Come una corrente in una serie di resistenze, la potenza termica P produce salti di temperatura proporzionali alle resistenze termiche (lezione sulla conduzione di Fisica tecnica).

Circuito termico equivalente di un componente di potenza
La potenza dissipata P, come un generatore di corrente, attraversa in serie la resistenza termica giunzione-contenitore, quella contenitore-dissipatore e quella dissipatore-ambiente; le temperature dei nodi sono la giunzione, il contenitore e il dissipatore, e l’ambiente è un generatore di tensione alla temperatura T a.

    \[ T_j = T_a + P\,(R_{\theta jc} + R_{\theta cs} + R_{\theta sa}) \]

Esempio. Un MOSFET dissipa 20 W, con R_{\theta jc} = 0{,}5 K/W e un’interfaccia da 0,3 K/W. La giunzione non deve superare 150 °C, e conviene un margine: si punta a 125 °C, con aria a 40 °C. Il salto disponibile è 85 K, che diviso per 20 W dà 4,25 K/W in tutto; tolti 0,8 K/W per giunzione e interfaccia, il dissipatore deve avere R_{\theta sa} \le 3{,}45 K/W. Con la ventilazione forzata un dissipatore della stessa dimensione ha una resistenza termica da due a cinque volte minore.

Per impulsi brevi conta l’impedenza termica transitoria: il calore prima riscalda la massa del chip e solo dopo arriva al dissipatore, e un dispositivo può sopportare per qualche millisecondo una potenza molto maggiore di quella continua. I costruttori ne danno le curve.

Temperatura e affidabilità

Molti meccanismi di guasto (diffusione, elettromigrazione, degrado degli elettroliti nei condensatori) accelerano con la temperatura secondo la legge di Arrhenius: come regola pratica, ogni 10 °C in più dimezzano la vita. Nei condensatori elettrolitici, spesso i componenti più fragili di un alimentatore, la vita nominale di qualche migliaio di ore a 105 °C diventa decine di migliaia a 65 °C. Anche i cicli termici contano: le dilatazioni ripetute tra materiali diversi affaticano le saldature e i fili di collegamento interni dei moduli di potenza, e sono la principale causa di guasto negli inverter delle auto e degli impianti eolici. Per questo i progetti seri lasciano margini sulla temperatura e i moduli moderni usano tecniche di montaggio come la sinterizzazione dell’argento.

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